sabato 9 agosto 2014

In bicicletta sulle colline dell'Oltreserchio lucchese

Dalla pista ciclo - pedonale che corre lungo la sponda destra del fiume Serchio, poco distante dalla cerchia muraria della città di Lucca, è possibile raggiungere la viabilità ordinaria che sale sulle colline dell'Oltreserchio lucchese in direzione di Carignano.

E' lungo la piacevole salita asfaltata che ci conduce alla chiesa di questa località che inizia il percorso che potrà impegnarci per una mezza giornata. A dire il vero, con un po' di voglia di esplorare e un po' di viveri al seguito ci sono tutte le condizioni per impegnare una giornata intera. E' obbligatorio, però, avere un pizzico di preparazione che ci consenta di affrontare salite e discese e una bicicletta che ci permetta di affrontare terreni molto diversi, dalla strada asfaltata al sentiero. Una mountain - bike può risultare l'ideale.

L'inizio della salita può metterci in difficoltà. Sappiamo che c'è, ma succede sempre che ci prenda un po' alla sprovvista. All'inizio di questo itinerario è ancora più facile che questo accada perché il paesaggio che ci circonda ci offre mille motivi di distrazione e si annuncia subito bello ed affascinante. Pedaliamo tra vigneti e edifici dai mille colori cui si alternano boschi e oliveti. Man mano che saliamo, se abbiamo premura di voltarci indietro o, più semplicemente, a destra e a sinistra, scorgiamo la piana di Lucca che diventa sempre più visibile. Arrivati alla chiesa di Carignano conviene fare una sosta. Essa ci permetterà sia di recuperare un po' di energie, sia di ammirare un panorama che in certe giornate è davvero mozzafiato. In inverno non è improbabile la sensazione di poter toccare con mano la stessa città di Lucca. Come se fossimo giocatori di scacchi, viene la tentazione di spostare qualche torre (e di immaginare cavalieri e regine).

Per le nostre gambe, però, è tempo di tornare a spingere sui pedali procedendo in direzione di Pieve Santo Stefano.
Si sale lungo un ristretto nastro di asfalto che sembra divertirsi a spennellare curve sul fianco della collina. Intanto alcuni varchi nel bosco, talora dovuti ad un taglio boschivo, altre volte all'intercalarsi di un oliveto, ci regalano viste di rara bellezza sia verso la città di Lucca e la sua piana, sia verso i Monti Pisani e il mare. La bellezza di questi scorci ci distrae dallo sforzo che ci impone la salita, ma se prestiamo un pizzico di attenzione è proprio ai lati della strada che cominciamo a cogliere tanti piccoli inviti ad una sosta, magari per scattare una fotografia.
Il tronco contorto di un albero, un rudere o la silhouette di un'antica chiesetta sono uno stimolo a temporeggiare sui pedali, se non a poggiare i piedi per terra e a guardarsi intorno. E' quasi impossibile non farlo. Ogni sosta è un'occasione per allontanarci dal conteggio del tempo impiegato per fare questa passeggiata. Ben presto scopriremo che il tempo perde davvero di significato.

La chiesa di Pieve Santo Stefano ci impone di abbandonare per un attimo la strada che ci porta verso Castagnori e Vecoli. Ad un bivio dobbiamo svoltare a destra per raggiungerla. Lei se ne sta tra oliveti e vigne a contemplare uno dei panorami più belli della Toscana. Siamo saliti e la vista inizia ad aprirsi sulle Alpi Apuane. Lo farà con sempre maggiore convinzione.
Secondo la stagione in cui ci troviamo subiremo il fascino di fenomeni molto diversi: la fioritura della Nigella damascena oppure gli uomini al lavoro nei vigneti, la raccolta dell'uva oppure quella delle olive.

La strada dopo la chiesa di Pieve Santo Stefano si fa ondulata: ora si sale, poco dopo si scende e non mancano tratti quasi pianeggianti. Panorami, vigne ed oliveti sono la cornice in cui ci muoviamo fino a Villa Forci. Da questo punto ci immettiamo lungo un crinale che ci porta a pedalare soprattutto nel bosco. A tratti si torna a salire. Tra le molte tentazioni a deviare (si potrebbe anche scendere a Castagnori e di qui verso al Val Fredddana e, quindi, verso Lucca) merita cogliere quella verso la chiesa di Vecoli: è un luogo di grande suggestione.

Tornando sulla strada e proseguendo oltre la cappellina votiva che si trova proprio sotto la chiesa dobbiamo fare un piccolo sforzo mentale. Ad un certo punto, infatti, un segnale stradale ci annuncia che la strada sta per finire. Noi non dobbiamo credergli e dobbiamo, invece, ringraziare la scelta di pedalare con una bicicletta adatta ad ogni terreno. Lo stretto nastro di asfalto, infatti, scompare rapidamente lasciando spazio ad una strada trattorabile, quindi a fondo naturale, che ben presto si trasforma in un vero e proprio sentiero. Dopo poco inizia la discesa verso Piazzano. Dimenticate l'idea che possa esserci un'indicazione stradale: a voi rimane solo la possibilità di seguire la traccia più battuta, quella evidentemente percorsa da altri ciclisti come voi. Se lo farete presto vi ritroverete su una strada a fondo naturale piuttosto ripida che vi proietterà verso il bellissimo borgo di Piazzano.

La strada diventa pavimentata in calcestruzzo e richiede un po' di attenzione, soprattutto se avete voglia di farvi distrarre dal panorama. L'arrivo nel paese segna l'incontro con una "strada" molto particolare: siamo sulla Via Francigena, esattamente sulla sulla tratta compresa tra Pietrasanta e Lucca. Se vi capiterà di incontrare dei pellegrini, sappiate che stanno per arrivare in uno dei luoghi più importanti di questo pellegrinaggio: a Lucca li attende il Volto Santo. A voi, intanto, potrebbe capitare di rimanere sorpresi perché questo bel paesino può regalarvi l'incontro con quattro - cinque bambini intenti a giocare per strada. A suo modo è una scena di altri tempi.
Da Piazzano si segue il percorso della Via Francigena verso Lucca, ma conviene lasciarla quando nei pressi del cimitero si tuffa nel bosco. Il percorso è molto bello, ma il fondo del sentiero diventa ben presto incassato a causa di gravi problemi di erosione. A piedi può risultare di una certa difficoltà, ma in bicicletta ci sembra improponibile. Conviene proseguire lungo l'asfalto e godersi la discesa che in pochissimo tempo ci porta verso il fondovalle. Di qui si seguono i segnavia della Via Francigena pedonale (non fatevi ingannare dal percorso automobilistico). Non ci si può sbagliare: si va verso Lucca. Attraversato San Macario si ritrova il fiume Serchio che si attraversa all'altezza di Ponte San Pietro per spostarsi in sinistra idrografica e percorrere la pista ciclo - pedonale risalendo il fiume.

Sul ponte omonimo, San Pietro sembra mostrarci le chiavi che danno accesso all'eternità. Ragionevolmente è solo un'illusione, ma certe volte possiamo concederci il lusso di credere all'impossibile. Mentre rientriamo a Lucca e torniamo in vista delle sue mura potrà sembrarci che questa città cinquecento anni fa sia davvero riuscita a trasformare l'illusione in realtà. Intanto la nostra passeggiata volge al termine e davvero conta poco il numero dei chilometri percorsi. Ciò che conta sono le emozioni che ci ha lasciato dentro...






lunedì 25 febbraio 2013

Sulle tracce di un antico fiume (ligure)

Proviamo ad immaginare una grande montagna ed un grande fiume. Dobbiamo immaginarli qualche milione di anni fa. Diciamo 20 o 30. Lei se ne stava lì gloriosa esposta al sole, al vento e alla pioggia, lui correva ai suoi piedi sornione. Di tanto in tanto, però, doveva agitarsi e diventare impetuoso. Passavano i milioni di anni e il fiume, con la collaborazione di altri agenti di erosione, poco alla volta smantellava la montagna. E' fin ovvio dire che questo lunghissimo processo è iniziato dall'alto, con lo smantellamento progressivo delle rocce più superficiali. A noi persone comuni sembra impossibile, ma man mano che la montagna veniva erosa si alleggeriva e potenti movimenti facevano salire ciò che stava sotto di lei. Il fiume, incurante di tutto questo, continuava ad erodere e trasportare. I fiumi, si sa, sono fatti così. E non si fermano davanti a nulla, almeno finché ci sono piogge o nevi che li alimentano.

La bella mulattiera che conduce da Ruta a Portofino Vetta
Mentre tentate di mettere a posto nella vostra mente tutte queste cose, spostatevi fino a Ruta, un paese posto sul promontorio di Portofino, in Liguria.
Da lì si sale a piedi seguendo il sentiero che conduce a Portofino vetta. I liguri si sono inventati un segnavia molto semplice: un quadrato rosso.
Voi seguitelo e, dopo aver fiancheggiato una delle chiese del paese (non è la bellissima Chiesa millenaria), vi ritroverete lungo una bellissima mulattiera.


I lecci monumentali
Guardandovi attorno scoprirete un po' di "confusione botanica": elementi tipici della costa mediterranea (corbezzoli, lecci, ecc.) si mescolano ad altri tipici della montagna antropizzata (il castagno) e non mancano intrusioni dovute all'uso di alcune piante nei giardini e nei parchi, come i tassi e i lauri. Come spesso accade, in questa confusione incontriamo qualcuno che ci chiarisce le cose: uno splendido nucleo di lecci monumentali si lascia attraversare dal sentiero. I loro sussurri, se siamo in grado di sentirli, ci dicono che qualche tempo fa erano loro a far la parte del leone nella copertura forestale di questo lembo di costa. Uno strano lembo che sporge lungo la linea di costa che da Portovenere conduce a Genova.

L'albergo Kulm
Vi sarete ormai convinti di essere nel bel mezzo del bosco, lontano da ogni disturbo umano, quando alcune antenne inizieranno a far capolino, soprattutto se vi trovate lì in pieno inverno, quindi con gli alberi spogli. A chiarirvi definitivamente che siete lontani dalla wilderness ci pensano le singolari architetture dell'albergo Kulm, posto davvero a poche decine di metri da imponenti antenne della RAI. Sembrerà strano ma questo mix di tecnologia e linee architettoniche della prima metà del '900 hanno un proprio fascino.


un'accozzaglia di pietre piccole e tondeggianti,
talora rotte o scalfite
Procedendo oltre in direzione della località Pietre Strette e guardandosi un po' attorno si nota che dopo un lungo tratto di percorso caratterizzato da rocce dall'aspetto omogeneo e regolare qualcosa cambia. Le rocce che affiorano sulla nostra destra sembrano un'accozzaglia di pietre piccole e tondeggianti, talora rotte o scalfite. Quasi non ce ne siamo accorti ma siamo ormai giunti dove l'antico fiume dedito allo smantellamento dell'altrettanto antica montagna depositava i ciottoli trasportati verso il mare. Fortunatamente la visita che ci ha spinti a scrivere questo articolo è avvenuta in compagnia di due docenti del DISTAV di Genova, i professori Elter e Faccini, e sono stati loro a svelarci molti segreti.

tracce di percussione su clasto
Ecco che quei ciottoli prendono il nome di clasti e che le loro rotondità diventano testimonianza di un prolungato trasporto fluviale.
Ma c'è di più. Questi primi clasti denunciano un'origine particolare: si tratta prevalentemente di rocce sedimentarie che si trovavano negli strati superiori della montagna ormai scomparsa. Ricordate l'esercizio di immaginazione proposto in apertura nel quale il fiume iniziava a smantellare la montagna iniziando dalle rocce poste più superficialmente? I nostri piedi stanno camminando dove i ciottoli nati da questo processo furono depositati in quella che i geologi chiamano un delta a conoide.

 se qualcuno volesse tenderci un agguato,
 lo farebbe proprio qui, alle 
Pietre Strette
Riprendiamo il cammino e giunti il località Pietre Strette non possiamo non notare un improvviso cambiamento del paesaggio: ci troviamo tra pareti rocciose che chiudono ai lati la strada forestale lungo la quale stiamo camminando. Si tratta di rocce scure e fortemente verticali che stanno per svelarci altri segreti sull'antica montagna smantellata dal nostro fiume ormai pietrificato.
Il passaggio ha una propria forte suggestione: nonostante ci stiamo muovendo lungo un percorso comodo, è ben chiaro che se qualcuno volesse tenderci un agguato lo farebbe proprio qui, alle Pietre Strette.

Un basalto alle Pietre Strette
Le rocce hanno un forte sviluppo verticale e mostrano con fierezza le loro stratificazioni frutto del deposito di nuovi ciottoli (i clasti!) avvenuto in epoche successive. Dalla bocca del professor Elter escono parole come basalto, gabbro, granito. Apprendiamo che si tratta di rocce che si trovavano più in basso nella struttura della montagna e che hanno un'origine ben diversa: si tratta di antichi magmi che un tempo dettero origine ad un fondale oceanico. Ci perdiamo un po' nella scala dei tempi ma quanto scopriamo ci dice molto sulle dinamiche che caratterizzano il nostro pianeta in tempi geologici: rocce formatesi sui fondali marini che si trovano in montagne smantellate da fiumi che le portano al mare i cui depositi ora formano un colle di 400 metri che strapiomba su un nuovo mare. E' il pianeta che vive quello che ci si para davanti. E le sorprese non sono finite.

Il clasto di migmatite
Mentre procediamo verso la località Felciara il professor Elter ci invita a salire lungo il pendio fino a raggiungere un grande masso. Dal masso sporge un clasto (ormai abbiamo imparato ad usare la terminologia giusta!) non molto arrotondato e caratterizzato da fini striature. Siamo di fronte ad una migmatite. Un nome difficile per una roccia che racconta un'infinità di cose. Lei ha subito un metamorfismo, cioè era un'antica roccia sedimentaria sottoposta a condizioni di pressione e temperatura che l'hanno parzialmente fluidificata per poi farla ricristallizzare. Tutto questo è accaduto quando si trovava a quasi 30 km di profondità circa 340 milioni di anni fa. Non basta: rocce di questo tipo si trovano solo nell'area di Savona, in Corsica, Sardegna e Calabria. Questo apre nuovi scenari sull'intero processo di nascita delle Alpi e degli Appennini. A noi basta per rimanere a bocca aperta davanti a quel clasto che a breve diventerà uno dei tesori protetti dal Parco di Portofino.

nel grande ciottolo del verrucano
 troviamo piccoli 
clasti
 quarzosi 
Mentre chiudiamo l'anello che ci porterà in località Bocche e da qui di nuovo verso Pietre Strette, ci fermiamo di nuovo. Una grossa roccia ai lati del sentiero contro la quale avremmo corso il rischio di inciampare ci rivela le rocce del verrucano, a noi care perché prendono il nome dal Monte Verruca, nel gruppo dei Monti Pisani. Chiariamo subito che questo non è lo stesso verrucano che troviamo poco sopra Calci (PI), ma a noi toscani basta per esser felici.
Anche in questo caso c'è la sorpresa nella sorpresa: nel grande ciottolo del verrucano (un'anagenite) troviamo piccoli clasti quarzosi. E' come se la geologia giocasse con le scatole cinesi!

Vista sulla costa
Da questo punto in poi l'escursione fila via veloce, salvo brevi soste per ammirare il panorama sul mare e sulla costa arricchite dai commenti simpatici e colmi di competenza del professor Faccini. La morfologia della costa, le dinamiche connesse alle sorgenti, i movimenti franosi e i crolli sembrano non aver più segreti e quello che ai più pare un bel panorama diventa una rappresentazione "vivente" della crosta terrestre che non sta mai ferma.

Una felce su un muretto
fortemente deteriorato
Nella discesa che ci riporta a Ruta non rimane che riflettere sull'imponenza di quei fenomeni lenti ma continui che portano alla formazione degli oceani, che fanno scontrare continenti, sollevare montagne che poi vengono gradualmente smantellate. E' tutto questo che ci ha permesso di osservare rocce antiche di milioni di anni formatesi a decine di chilometri di profondità, poi elevate a formare montagne, quindi a costituire quello strato di ciottoli abbandonato dalle piene di un antico fiume. Quelle rocce si sono poi saldate e sono tornate di nuovo in alto a formare una sorta di cappello sulla parte alta del Monte di Portofino. Gli amici geologi le chiamano conglomerato di Portofino, noi le abbiamo guardate con occhi pieni di meraviglia.

I pensieri nella testa sono vorticosi e una felce abbarbicata su una pietra di un muro a secco in lento disfacimento sembra sottolineare che di fronte a tutto questo i nostri passi sono davvero poca cosa. Ci consola l'idea che siano i passi di esseri pensanti e capaci di immaginare e comprendere cose accadute milioni di anni fa.



Note

Questa esperienza è stata possibile grazie ad un'iniziativa di AIGAE e al coordinamento Liguria della stessa associazione. Un ringraziamento speciale, va quindi, alla coordinatrice ligure Francesca Assandri.

Per saperne di più sul conglomerato di Portofino e sugli itinerari che portano alla sua scoperta è possibile consultare il libro "Le vie del conglomerato - due itinerari geologici nel Parco di Portofino" inserito nella collana "Itinerari geologici Liguria". Il libro è scritto da Barbara Corsi ed è edito da "Il Parco di Portofino Edizioni".

















venerdì 30 novembre 2012

I cieli della Pietra

"Come stare in cielo": è questa la sensazione che si prova quando si arriva sulla piatta sommità della Pietra di Bismantova, nell'Appennino Reggiano. Più razionalmente non si può non tener conto del fatto che i nostri piedi calcano quello che 15 milioni di anni fa fu in fondale marino. L'insieme è straordinario: i piedi in fondo ad un antico mare e la testa proiettata tra le nuvole.
 
Poco sotto, un paesaggio fiabesco in cui l'opera dell'uomo sembra aver creato ricami che uniscono le alte colline alle montagne. Ricami fatti di pascoli, siepi, strette alberature, alti boschi, fiumi e piccoli paesi che ancora ricordano i tempi in cui fu Pietro da Talada a muovere i propri primi passi in questi luoghi. E' da lì che si sale verso il parcheggio della Pietra (la "Piedra" per alcuni) e, accanto ad un monolite gingantesco e sotto pareti strapiombanti, si scende, si sistemano zaino e scarponi per poi incamminarci lungo in sentiero che conduce in alto. E' il sentiero 697 ma lo imbocchiamo solo dopo aver visitato l'eremo. Un luogo speciale (poteva non essere così?) in cui troviamo un dipinto molto particolare. E' una "Madonna del latte", una Madonna che allatta Gesù. Tornati fuori, spendiamo alcuni minuti per cercare di collocare dimensionalmente l'edificio dell'Eremo sotto le pareti strapiombanti. Non ci riusciamo: le geometrie in questione sono disorientanti.
 
Cominciamo a salire girando attorno alla Pietra, sempre sotto grandi pareti rocciose muovendoci tra fantastiche stratificazioni di biocalcareniti. Siamo ormai sopra i 950 metri di quota ma tutto intorno regnano sovrane queste particolari arenarie formatesi su un basso fondale marino. Del tutto particolare il modo in cui in alcuni affioramenti si intersecano gli strati delle rocce. Strati sottili, lontani dalle grandi bancate di macigno del vicino Appennino, a loro modo affascinanti e impropri.
 
Ad un certo punto il sentiero si impenna e ci porta all'interno di una gigantesca frattura. E' un passaggio che ai più ricorda le parole del Sommo Poeta e che in breve ci porta sull'altipiano di Bismantova. Di lì in poi il sentiero corre lungo un anello che volendo possiamo chiudere ad 8 ma, più che altro, è un rincorrersi di emozioni alla vista del paesaggio circostante. Poco conta che ci si muova per prati, su rocce e tratti di foresta, l'unica cosa da fare è trovare un punto di equilibrio tra la voglia di volare oltre il limite dello strapiombo e la necessità di rimanere con i piedi su quell'antico fondale.
Il panorama è sconfinato e, nei giorni più limpidi, arriva alle Alpi e spazia verso il mar Adriatico. Dalla parte opposta troviamo il Passo del Cerreto e quello di Pradarena, il profilo del Monte Cusna e il monte Cavalbianco a punteggiare il crinale appenninico, a segnare i passaggi che per secoli sono stati attraversati dalle greggi transumanti. "Da queste zone si andava verso le Maremme o nella bassa mantovana", ci dice la nostra guida d'eccezione, quella Normanna Albertini che ha riscoperto uno dei figli di questa terra.
 
Chiuso l'anello, si inizia la discesa per lo stesso sentiero che ci ha permesso di salire. Il passo è leggero e non è solo perchè si procede verso il basso. C'è un qualcosa di inspiegabile nella leggerezza dei nostri passi...
La magia di questo momento sembra sottolineata da un incontro che l'amica Serena non riesce a fermare in una fotografia ma che, nella propria sfuggevolezza sottolinea la natura speciale di questo luogo. E' uno scoiattolo che porta con sé una noce. Si ferma di fronte a noi per ripartire lungo un percorso diverso da quello usuale. Una variazione ma non una resa: lui arriverà a destinazione. A noi, invece, piace perderci nel territorio che sta intorno alla Pietra, così, per riuscire a vederla da ogni angolatura...
 
 
[Un ringraziamento a Serena Scalici per le fotografie che gentilmente ci ha concesso in uso]

martedì 18 settembre 2012

Sotto-sopra nelle Terre di Siena

Camminando lungo la Via Francigena tra Monteriggioni (SI) e Siena si passa accanto ad uno strano monumento. Chiamato "La Piramide", si trova a Pian di Lago, dove tra il 1766 e il 1781 fu  scavata nel calcare cavernoso una galleria lunga 2321 metri per bonificare la piana paludosa e lacustre da cui prende il nome la località. E' nei pressi della piramide che inizia la nostra escursione "sotto" e "sopra" questo lembo delle Terre di Siena. Intanto scendiamo nella galleria.

E' piena estate ed il tunnel è asciutto ma una calzatura che ci protegga dall'acqua delle pozze che troveremo lungo i due chilometri di galleria è necessaria. Indispensabili anche una lampada frontale e un maglioncino perché, come nelle caverne, la temperatura all'interno è piuttosto bassa. A nostro avviso, nei periodi piovosi è bene lasciar perdere questo tratto dell'itinerario (in ogni caso è il sentiero 116) ma per i più avventurosi uno stivale che arrivi al ginocchio può essere uno strumento utile e alternativo alla voglia di bagnarsi i piedi.

L'entrata nel "Canale del Granduca" ci proietta in un mondo davvero diverso. Dopo poco i telefoni cellulari non servono più a niente e, poche decine di metri sotto il tracciato di una via pubblica, siamo davvero tagliati fuori dal mondo. Procediamo in silenzio e con cautela lungo la galleria che con minima pendenza procede quasi a zig-zag cambiando più volte direzione e diametro.
Durante l'inverno l'acqua che entra nel canale per riversarsi al suo termine nel Torrente Rigo trasporta all'interno materiali vegetali, alcuni animali in vari momenti dell'anno vi trovano temporaneo rifugio e l'intero tunnel fa da casa a numerosi pipistrelli. La vita, quindi, non manca in alcune manifestazioni tipiche. Capita, così, di trovare funghi che non hanno problemi a vivere in un buio pressoché totale mentre dal soffitto qua e la sbucano le radici di alberi che si possono vedere molti metri sopra la nostra testa. Di tanto in tanto, in corrispondenza di pozzi che collegano il tunnel con la superficie, sentiamo i rumori del mondo esterno.


Foto concessa da Guindalina Brogni
Lo spettacolo vero, però, deve ancora arrivare. Man mano che camminiamo iniziamo ad incontrare i pipistrelli. Alcuni proseguono nel loro sonno (siamo in pieno giorno), altri svolazzano allontanandosi da noi. Sarà verso la fine della galleria che ci troveremo ad attraversare una vera e propria "bat-cloud": centinaia di pipistrelli volano spaventati dal nostro passaggio per fermarsi al termine del tunnel e tornare indietro disturbati dalla luce. Noi siamo lì in mezzo, camminiamo accovacciati e contiamo il numero di mammiferi alati che ci sfiorano: sono decine. A suo modo, è un'esperienza mozzafiato.

Usciti dal tunnel (che caldo in pieno agosto dopo una quarantina di minuti sotto terra!) percorriamo per un breve tratto la strada provinciale per imboccare il sentiero 117. Tra corbezzoli, ginepri, lecci e ornielli ci incamminiamo verso San Leonardo. Il sentiero non sempre è segnato bene ma non abbiamo grossi problemi grazie al GPS. Non mancano le tracce degli animali che in piena notte popolano questi boschi ed è con una certa sorpresa che ammiriamo la torre di Lecceto.

A San Leonardo ci attende l'omonimo eremo. Ricordato in documenti del 1119 e del 1124, l'eremo e la sua chiesa furono ricostruiti verso il 1360. Lo spettacolo è di assoluto livello ma noi non siamo fortunati: è giorno di chiusura (lunedì) e l'interno dell'eremo rimane un mistero. L'esterno è, comunque, molto bello anche perché si tratta di un eremo fortificato. Esso aveva anche la funzione di accogliere le popolazioni della vicina Santa Colomba in occasione di eventi bellici.

Il calice del nostro spirito è ormai colmo delle molte cose viste e delle belle sensazioni vissute ma la passeggiata ci riserva ancora qualcosa: ci muoviamo lungo i sentieri 116 e 113 tra lembi di bosco e coltivi scoprendo che la foresta in questione è ed è stata sempre preziosa. "Silva lacus", la selva del lago, veniva chiamata un tempo ed era uno dei beni più preziosi della città di Siena. Luogo di meditazione e preghiera in certi momenti storici, fondamentale sito di approvvigionamento di legna da ardere in altri, la selva durante tutto il medioevo venne curata e mantenuta dal Comune di Siena ed è grazie alle numerosi leggi che nel tempo l'hanno protetta che oggi possiamo goderne.

Arriviamo a quello che fu l'alveo del lago, oggi in bilico tra area coltivata e terreni non più utilizzati secondo quella strana contraddizione per cui le aree umide bonificate per farne terreni agricoli oggi non sempre sono interessanti ed utilizzate. Mentre risaliamo all'automobile, proprio dove un attraversamento pedonale con tanto di semaforo dà la precedenza ai pellegrini della Via Francigena, ci chiediamo che senso abbia mangiare cibo che viene da lontano e lasciare incolti i nostri terreni. Per oggi, però, il nostro cuore è colmo di belle sensazioni e riusciamo a mettere alle spalle questa riflessione godendoci gli ultimi metri di sentiero.

martedì 14 agosto 2012

Nelle terre di Peccioli

E' molto caldo ma la tentazione di indossare un casco e salire sulla mountain bike per percorrere gli "itinerari naturalistici" di Peccioli è troppo forte e... non resistiamo. La prima occasione si presenta a metà di una mattinata torrida di agosto.

La borraccia si manifesta subito troppo piccola per contenere tutta l'acqua che ci servirà. Un rapido esame delle carte forniteci dal Comune rende piccole anche le speranze di trovare acqua in abbondanza in queste splendide campagne, almeno in questa estate arida come poche altre negli ultimi anni. E' evidente che sarà utile chiedere qualche cortesia nei pressi delle poche abitazioni che incontreremo e cercare le fontane nei bei borghi che attraverseremo.
Decidiamo di mettere insieme due tratti del percorsi 1 (del Fiume Era) e 6 (di Ortaglia) per poi percorrere quasi interamente l'anello delle Colline di Legoli (itinerario n.3).

Abbandoniamo il borgo di Peccioli scendendo verso la valle del Torrente Racosa e il territorio che attraversiamo mette subito le cose in chiaro: attraverseremo luoghi di una bellezza magica, il nostro gran premio della montagna non supererà i 300 m di quota ma non sono ammessi sconti. Infatti, la strada a fondo naturale si butta a capofitto verso l'inesistente letto del torrente per inerpicarsi lungo la Via della Costia. Pochi minuti di salita intensa, direi dura per chi va in bicicletta per scoprire e non per pratica sportiva vera e propria. Benediciamo l'ombra degli alberi e il pianeggiare della strada che conduce verso la Chiesa delle Serre.

Attraversiamo poderi in bilico tra un passato glorioso e un futuro forse più radioso di quanto appare oggi. Siamo nei paesaggi del vino e dell'olio delle colline pisane. Grandi edifici ottocenteschi, per lo più abbandonati, a tratti fanno ombra sulla strada mentre noi alziamo la polvere.

Di tanto in tanto non resistiamo alla tentazione di entrare e sbirciare le tracce del passato. Vigneti e oliveti si alternano a bei boschi di querce solcati da belle strade bianche. A tratti surfiamo su uno strato di polvere spesso alcuni centimetri. E' un limo in fase asciutta che, come ci confermerà più tardi uno dei dipendenti del comune che ha lavorato al progetto dei sentieri, nelle stagioni piovose diventa un fango difficile. A noi non dispiace questa componente d'avventura, così come è gradito l'incontro con un melo in abbandono sul bordo della strada. I suoi frutti sono piccoli e aspri ma riescono anche a dissetarci.

Dopo un breve tratto di strada asfaltata (ma il traffico lo conoscono da queste parti?!) svoltiamo a sinistra lungo la strada bianca che percorre lateralmente la valle del Rio Melogio. Siamo in bilico tra boschi e coltivi, decisamente nella patria dei grani e degli orzi, così come accade da qualche chilometro. Dalle parti del Podere Il Molinaccio intuiamo di essere nel bel mezzo di un guado ma la siccità richiede un grande sforzo di immaginazione per capire che siamo nel bel mezzo del rio, così come che un tempo dovesse esserci un molino. Risalendo verso il podere San Donato ci troviamo a competere con le api per una borraccia d'acqua che riempiamo presso un'abitazione senza chiedere il permesso. Ci perdoneranno: lo facciamo solo per non disturbare in un momento di calda quiete pomeridiana.

Proseguiamo la salita transitando nei pressi dell'affascinante Villa Monti. Non ce ne vorranno gli amanti di questo luogo ma la nostra attenzione è catturata da un vecchio distributore di carburanti e dalle vacche di un allevamento presente sul podere che stiamo attraversando.
Il paesaggio a tratti è da cartolina e quando la strada si lancia in una lunga discesa fatichiamo a capire che di quella cartolina fa parte anche la grande discarica di Legoli. Si tratta di un esempio di come un sito critico possa avere un impatto paesaggistico trascurabile. Solo il movimento dei mezzi ne denuncerà la presenza mentre sostituiamo la camera d'aria dopo una foratura. Per assurdo la ruota della bicicletta si sgonfia nel breve tratto di asfalto che porta verso Legoli.

Abbandoniamo l'asfalto per una lunga discesa che tocca vecchie stalle ed edifici di poderi che oggi sono ancora coltivati ma non più abitati. Tra grandi rotoballe e terreni arsi andiamo all'assalto di un alberello di susino per trovare un po' di zuccheri e acqua nei piccoli frutti. Ci serviranno, raggiunta la strada asfaltata, durante la salita che ci riporta a Peccioli.

Alla fine della bella escursione le gambe si lamentano per i continui saliscendi ma lo spirito vola e... appena pochi giorni dopo ci ritroviamo di nuovo in sella alla bicicletta. Questa volta percorreremo un altro tratto dell'itinerario n.1, quello lungo il Fiume Era, per raggiungere Fabbrica e da qui percorrere gran parte del percorso n. 2 del molino di Ripassaia. La discesa verso il molino ci regala panorami che immaginiamo mutare nelle stagioni: oggi arsi e gialli dopo la raccolta dei cereali autunno-vernini, in primavera verdissimi e a breve tra il grigio e l'ocra quando tutti i terreni saranno lavorati.
Di questa nuova bella avventura, però, non vogliamo dirvi troppe cose: è il nostro invito alla visita mossi dalla curiosità che speriamo di aver suscitato in voi!

--------

Gli itinerari in questione sono fruibili a piedi, in mountain bike e a cavallo. Non siamo esperti di equiturismo e non ci esprimiamo in merito. Per la mountain bike li abbiamo trovati bellissimi e ben fruibili. A piedi lo sono altrettanto ma si devono mettere in conto percorrenze molto lunghe (anche oltre 20 Km), quindi escursioni di molte ore in luoghi molto caldi in estate. Nel complesso crediamo che un sistema di itinerari di questo tipo sarebbe benvenuto in molto luoghi della Toscana. Per maggiori informazioni e per reperire le cartografie è possibile contattare direttamente il Comune di Peccioli. Alcune informazioni sintetiche sono presenti all'indirizzo http://www.comune.peccioli.gov.it/it/component/content/article/477-gli-itinerari-naturalistici-di-peccioli.html.

mercoledì 4 luglio 2012

Airone con variante...

Alla pagina 72 del n. 55 di Airone, una rivista che un tempo era un vero testo sacro per chi si occupava di tematiche ambientali, inizia l'articolo col quale nel lontano novembre del 1985 vennero presentati al mondo i "Sentieri di Airone": tre percorsi che formano una sorta di trifoglio "del tutto inedito" e capace di consentire "piacevoli escursioni" all'Orecchiella. Si tratta di una località che per molti è un parco naturale, sebbene non sia mai stato istituito, e che per altri è un luogo simbolo oggi incluso nel Parco Nazionale dell'Appennino Tosco Emiliano. A distanza di oltre 25 anni quei sentieri sono ancora una splendida realtà che consente di visitare un territorio di rara bellezza in cui uomo e natura hanno creato paesaggi di straordinaria suggestione. Proprio nei giorni scorsi abbiamo ripercorso il sentiero Airone 3, il più lungo dei tre itinerari.


Inconfondibile la segnaletica ripristinata di recente: un trifoglio giallo su campo celeste, la scritta Airone in coda e il numero tre sulla punta di quelle frecce che guidano dal Centro Visitatori dell'Orecchiella verso il Monte Prado, il punto più alto della Toscana.
Pochi passi e una lapide presso una fontana ci ricorda i pastori di Soraggio che "con belanti greggi per un impervio sentier e con piovosi autunni" scesero al piano provenienti dagli "estivi alpeggi". Già, siamo nelle terre del faggio e di qui in su in passato furono soprattutto pastori nelle praterie d'alta quota e i carbonai nelle foreste ad animare un territorio tanto bello quanto aspro e difficile.

Man mano che ci addentriamo nel bosco le eleganti "frecce" lasciano il posto a più semplici segnavia giallo-azzurri ma di tanto in tanto torna il trifoglio giallo su campo azzurro, a volte sul fusto di un albero, altre su di una pietra, sempre in bella vista e facile da vedere.

L'Airone 3 è un percorso da non fare distrattamente e lo si capisce bene quando si arriva in località Lamarossa.
Per i meno attenti è una sorta di prato tra i boschi ma in questo periodo una miriade di fioriture, tra le quali primeggiano i pennacchi dell'erioforo, ci segnalano che siamo in un posto speciale: una torbiera. Si tratta di un'area umida di alta quota preziosa custode di specie rare. E' un luogo a suo modo speciale da sempre protetto come Riserva Naturale Statale.

E' solo un passaggio e si prosegue nella faggeta dove occhi attenti scorgono la tipiche piazzole delle carbonaie, frutto di un lavoro antico che spostava le genti da una terra all'altra. Era un lavoro duro, svolto in un ambiente difficile vivendo in capanne temporanee fatte di rami e frammenti di cotico erboso. Un lavoro del saper fare in cui il legno diventava prezioso carbone. Non il carbone fossile che aumenta i livelli di anidride carbonica nell'atmosfera ma un carbone di legna che sfruttava quella che oggi chiamiamo una "risorsa rinnovabile".

Il sentiero sale e i cartelli un po' maleducatamente inchiodati sugli alberi ci ricordano che siamo in un Parco Nazionale. Incrociamo il sentiero CAI n. 64 continuando a salire. Arrivati alle quote in cui il bosco lascia spazio alle praterie e brughiere d'alta quota, ormai affaticati, voltandoci indietro veniamo ripagati dello sforzo: il panorama sulle Alpi Apuane è maestoso e il gruppo delle Panie si staglia nella foschia dietro il profilo delle foreste che abbiamo appena attraversato.

Fa una certa impressione guardare piccole piante fiorite a tratti strapazzate del vento e confrontarle con le massicce bancate di sedimento marino che formano queste montagne. Fa ancora più impressione pensare ai sommovimenti che le hanno condotte fin qui traslandole sopra le Alpi Apuane e facendole giacere in modi così diversi. Qua e là delle "fatte" (feci) piene di peli animali segnalano la presenza del lupo, poco sotto il crinale che percorriamo fino al Monte Prado. In questo tratto la vista spazia tra Toscana ed Emilia Romagna ed è semplicemente bella. Il Monte Cusna e il Lago Bargetana sono inevitabilmente i grandi attrattori ma quando si inizia la discesa con un po' di fortuna si incrocia lo sguardo di una marmotta. Inutile cercare di fotografarla: è troppo veloce nonostante l'aspetto non proprio "atletico".


Nella discesa dal Monte Prado inizia la variante rispetto al percorso ufficiale: non proseguiamo lungo in crinale per raggiungere il Rifugio La Foce ma, per un'abitudine consolidata negli anni in cui questo non era sempre aperto, raggiungiamo il Rifugio Cesare Battisti passando per il piccolo lago che poco prima abbiamo osservato dal punto più alto della Toscana.

Il Rifugio è un posto da favola. Panorama fantastico, una collezione botanica a cielo aperto in cui ad inizio luglio primeggia il giglio martagone, l'accoglienza è davvero speciale: il sorriso di Mascia, la ragazza che lo gestisce, ti conquista subito. Se questo non basta la cena preparata da Graziano, il cuoco, non può non aprire un varco nei tuoi sensi e farti esplorare territori nuovi, come se quello che c'è fuori non bastasse. La gentilezza di Elena fa da collante umano mentre le regole per il risparmio idrico e l'elettricità da fotovoltaico insegnano qualcosa a tutti. In rifugio non mancano gli incontri, così allo stesso tavolo ci troviamo in tre guide e molti "amici di sempre che non si sono incontrati quasi mai".

Se vi capita di dimenticare gli scuri della finestra aperti, l'alba del nuovo giorno può risultare fin troppo splendente ma le possibilità di impiegare utilmente il tempo non mancano: una passeggiata nei dintorni a quell'ora è un'avventura da gustare ma anche indugiare nel letto a castello può essere piacevole, dato che qui i pensieri sembrano animarsi meglio. In ogni caso seguono la colazione e la partenza. Nel nostro caso si parte con amici che poi lasceremo perché diretti altrove.

Nella nostra variante seguiamo il sentiero 633 fino alla Focerella, dove riprendiamo il tracciato ufficiale dell'Airone 3. Lambito il Rifugio La Foce, si inizia la discesa nella faggeta. Siamo nella Val di Soraggio che un tempo fu un luogo da ovini: qui si contavano migliaia di pecore nelle estati che precedettero il secondo conflitto mondiale. Oggi sono una vera e propria rarità.

La vallata fu anche teatro di imponenti interventi di forestazione che oggi caratterizzano un paesaggio molto più vivace di altri settori della Garfagnana. Pini, abeti e larici si insinuano nella faggeta. Attraversiamo e, soprattutto, vediamo ampie praterie e vecchi coltivi. Lo sguardo preannuncia una sorpresa, ma intanto attraversiamo uno dei torrenti che confluiscono a formare il Fiume Serchio. Mettere i piedi nelle sue fresche acque è di gran sollievo ma al suono del fiume inizia a sovrapporsi quello dei "campanacci" che dondolano fissati al collo delle pecore. A dispetto della riflessione fatta poco sopra, la nostra attenzione viene catturata proprio da un grande gregge.

Abbandoniamo il sentiero dirigendoci verso una grande prateria quando il gregge si dirige verso di noi. Alcuni cani ne controllano il movimento e circa quattrocento pecore sfilano davanti al nostro naso. Non si contano gli scatti della macchina fotografica, scatti che non si interrompono nemmeno quando Miahi, un pastore romeno, ci raggiunge. Parliamo soprattutto della sua vita e quasi non sembra rendersi conto del fatto che è protagonista di un fatto importantissimo: lui guida un grande gregge (lo scorso anno erano addirittura 800 capi) in un luogo che di greggi ne ha ospitati moltissime per poi rimanerne quasi orfano. Ci congediamo con lui che ci dà 10 euro: serviranno per una ricarica telefonica...

Il sentiero non è ancora terminato ma il canestro (o "corbello", come avrebbe detto mio  nonno) delle emozioni è colmo. Eppure tra affioramenti rocciosi in cui riconosciamo antiche faglie e fioriture frequentate da insetti dei mille colori c'è ancora spazio per un sussulto emotivo: l'incontro con un giovane maschio di capriolo che prima indugia sul nostro percorso, poi fugge via non senza concedersi la sosta che ci regala la possibilità di fargli una foto.


Scendiamo ancora, poi una breve risalita a Casini di Corte, dove i recinti elettrificati proteggono proprio dalla fauna selvatica innumerevoli campi di patate. La stagione è avara di pioggia e qua e là spruzzi d'acqua giungono da improbabili irrigatori. Intanto torniamo nel bosco, attraversiamo ruscelli, un'abetina si sostituisce alla faggeta dopo che avevamo incontrato i castagni e, quasi senza renderci conto siamo di nuovo all'Orecchiella. Giunti al parcheggio l'auto che ci attende sembra il testimone di tempi lontani...